“The Abramovic Method”: lo spettatore diviene un’opera d’arte

The Abramovic Method

L’attesa per uno dei più importanti appuntamenti con l’arte contemporanea degli ultimi anni in Italia è terminata. La “signora della performance” Marina Abramovi? ha inaugurato il 21 marzo la sua grande mostra che, dopo quella del 2010 al MoMA di New York, si tiene adesso al PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) di Milano, fino al 10 giugno.
Il nome di Marina Abramovi? è sinonimo di performance. Nata in Jugoslavia il 30 novembre 1946, a trent’anni si è trasferita ad Amsterdam dove ha incontrato l’artista tedesco Ulay, nato il suo stesso giorno, che per più di un decennio è stato suo compagno di vita e di lavoro. Tra le loro opere va ricordata “Impoderabilia”, presentata per la prima volta a Bologna nel 1977: obbligava il pubblico a passare attraverso uno stretto passaggio, in mezzo ai corpi nudi dei due artisti, i quali hanno sempre messo a dura prova la loro resistenza fisica e psichica, ma non solo. In più occasioni hanno spinto gli spettatori a perdere a tal punto il controllo di sé, da arrivare fino a fare violenza sui medesimi artisti. La stessa fine della loro relazione è stata segnata da un lavoro importante: “The Great Wall Walk”, del 1988: gli artisti sono partiti dalle due estremità opposte della Muraglia Cinese per incontrarsi a metà strada e dirsi addio.
“The Abramovic Method” nasce da una riflessione che la Abramovic, vincitrice del Leone d’oro alla Biennale veneziana del 1997 grazie a “Balkan Baroque”, ha sviluppato partendo dalle sue ultime tre performance: “The House With the Ocean View” (2002), “Seven Easy Pieces” (2005) e “The Artist is Present “ (2010), che hanno segnato profondamente il suo modo di percepire il proprio lavoro in rapporto al pubblico. “Senza il pubblico” dice l’artista “la performance non ha alcun senso perché, come sosteneva Duchamp, è il pubblico a completare l’opera d’arte. Nel caso della performance, direi che pubblico e performer non sono solo complementari, ma quasi inseparabili”.
Il pubblico, guidato e motivato dall’artista, sperimenta le “installazioni interattive” in un percorso fisico e mentale da vivere rimanendo in piedi, seduti o sdraiati. Le opere trasformano gli spazi del PAC in un’esperienza fatta di luce e buio, presenza e assenza. Le persone non dovranno aspettarsi nulla dall’artista serba, che chiederà loro solo di espandere i propri sensi, osservare, imparare ad ascoltare e ad ascoltarsi. Marina Abramovic mette alla prova lo spettatore anche nell’atto apparentemente banale dell’osservazione distante: una serie di telescopi permetteranno ai visitatori di osservare dal punto di vista microscopico e macroscopico coloro i quali sceglieranno di cimentarsi con le istallazioni interattive, in un gioco ambivalente attore/spettatore, osservato/osservante.
Quello che va in scena al PAC, come avrete capito, non è uno spettacolo che può lasciare indifferenti. Si sta da un parte o dall’altra, divisi tra scettici e fan.
Ma una cosa è sicura: se volete essere in grado di partecipare a una delle tante  discussioni che terranno sicuramente banco in questa primavera milanese, è questo l’appuntamento da non perdere.

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