La Biennale di Venezia 2013

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Indubbiamente l'esposizione d'arte secondaria più grande del mondo, la Biennale di Venezia 2013 è un trionfo di media magnificamente orchestrati da un esperto ufficio stampa. Avete letto vari resoconti sugli spazi, sul lavoro accurato e popolare, sul giovane curatore Massimiliano Gioni e sulla nuova visione di “arte dall’interno”. Ma qual è l’esperienza reale, vista da terra, prodotta dal cuoio delle scarpe e dai bulbi oculari?

Cominciamo con le dimensioni dell’evento, a dir poco enorme, che occupa gli antichi cantieri navali, i Giardini attigui e altre installazioni satellite. Dopo aver superato l’ingresso dell’Arsenale, con i nuovi scanner di biglietti a massima sicurezza e i guardiani cordiali, inizia una lunga camminata nei vasti spazi, lunghi oltre un chilometro. Meglio indossare scarpe comode, si vagherà per ore su cemento e ghiaia e superfici irregolari, attraverso passaggi bui e corridoi angusti. Prepararsi a sbarrare gli occhi: personaggi di costume e di spettacolo nella massa migrante di bella gente che affolla i percorsi della Biennale. Si assiste a statement di alta moda e di bassa, agli occhiali più incredibili che si possano immaginare, a sforzi esibizionistici e a eventi d’arte “spontanei”, come il cinese con il cappello da muratore disteso immobile nel bel mezzo di un sentiero frequentato, intento a una misteriosa dimostrazione di qualcosa.

È un notevole impegno di tempo persino l’ingresso nell’Arsenale, un luogo vasto i cui interni la maggior parte dei turisti non visita mai. La modalità preferita per l’arrivo è una corsa in vaporetto, seguita da una giornata di trekking aerobico di proporzioni nordiche. Alla fine si riesce a conquistare l’estremità più lontana della distesa di padiglioni allineati a forma di L, che è anche il punto in cui è impossibile non essere colti da un’irresistibile fame. Ed ecco la prima grande meditazione sulla Biennale: stimolanti e sostentamento, certamente non arte. Illy, che promuove le sue macchine per caffè a cialde monodose, ha svolto un servizio pubblico meritorio offrendo ai visitatori dell’anteprima dosi gratis di caffeina negli stand attorniati da adepti affaticati e bisognosi di una sveglia. Veloci come il lampo, i baristi in divisa rossa distribuivano memi sotto forma di liquido firmato, seguiti da sorsi d’acqua. Un piccolo gesto, assolutamente essenziale, e non abbiamo neppure affrontato ancora la questione del nutrimento. Più affascinante di molti dei padiglioni, origliare e guardare la gente a pranzo ai tavoli all’aperto si è dimostrato un diversivo eccellente, mentre il nostro rappresentante designato esplorava il misterioso sistema di consegna del cibo: comprendeva una coda per le bevande (lunga attesa), poi una coda separata (con cordoni divisori, lunga attesa n. 2) per le vivande, come il sandwich da 8 euro con tacchino e uova che, una volta rimosso il tacchino, è diventato mangiabile. Molto più affascinanti da ascoltare gli innumerevoli “tesoro!” e gli itinerari del bello e del brutto, con Basilea, Shanghai, Miami e New York che danzavano sulle labbra di tutti. Onnipresenti, videocamere e dispositivi mobili completavano lo scenario, arricchendo ulteriormente gli azionisti di Facebook, Twitter e Flickr, inondando il mondo di messaggi istantanei, urgenti e importanti.

La più fragorosa domanda silenziosa riguardava gli avvistamenti di Ai Wei Wei e le sue tre installazioni. Visitarle significava avventurarsi nei punti più distanti della Biennale in un solo giorno, inclusa una vera e propria navigazione alla Giudecca per vedere i suoi diorami illeciti in scala 50:100 che documentano i recenti arresti domiciliari nella Repubblica Popolare Cinese. Un asiatico in un'appariscente giacca di seta gialla, che sembrava essere ovunque, poteva essere davvero lui (dubbio) o una varietà di supremo lavoratore in rete che batteva la Biennale a caccia di avanzamenti di carriera. Più interessanti sul fronte Ai Wei Wei erano i volantini dilettanteschi formato A4 incollati ovunque nei dintorni della Biennale, che in un rozzo inglese computerizzato suggerivano la complicità dell’artista con i cani imperialisti e capitalisti che hanno fatto di lui uno strumento di propaganda; erano ovviamente opera di agenti provocatori segreti incaricati dall’agenzia di disinformazione cinese, laggiù a Pechino.

In silenziosa disperazione, siamo saliti a bordo della navetta gratuita per i Giardini, un lussureggiante spazio verde fitto di padiglioni e di segugi d'arte di tutte le nazioni. I vostri corrispondenti sono ex-newyorkesi, il cui motto non ufficiale è “Noi non aspettiamo in coda”. Era più interessante il dramma umano. Lunghe code per i padiglioni USA (grande kit stampa contenuto in un braccialetto flash drive in plastica azzurra), Gran Bretagna (coda interminabile di 200 persone), Francia (idem come sopra) e Corea ci hanno impedito di rimaneggiare per voi questi luoghi di cui si è parlato anche troppo. Abbiamo evitato tutte le esposizioni dove erano in coda più di 5 homo sapiens accaldati. Note dai meno frequentati: Cecoslovacchia (una contro esposizione casual sulla logistica di possedere arte); Spagna (meravigliosi mucchi di detriti industriali dall’isola abbandonata di Murano); Olanda (esplorazioni scultorie sulla prossimità e la natura dei materiali); Giappone (bizzarri video pastiche di più parrucchieri che creano insieme pettinature alla vigilia del disastro di Fukushima); Finlandia (superbe costruzioni scultorie di alberi riciclati); Venezuela (arte urbana e graffiti portati a nuove vette). La libreria del Palazzo Enciclopedico ha indotto una grave agorafobia. Lo sponsor principale Swatch ci ha consentito una pausa gradita nel suo modesto stand per vedere la documentazione della musica d’ambiente creata da Luca Forcucci per lo Shanghai Art Peace Hotel di Swatch.

L’avventura preferita di gran lunga: il padiglione galleggiante del Portogallo ormeggiato fuori dai Giardini, con la notevole opera di Joana Vasconcelos. Un traghetto di Lisbona coperto da piastrelle di ceramica, con la cabina fantasiosa abbellita da strutture in pizzo, è stato un soffio di allegria per prendere le distanze dalla serietà degli altri luoghi visitati.
Jerry Saltz, il critico d’arte del New York Magazine, ha osservato di recente che l’arte è diventata troppo grande per poterne discutere veramente. Vale anche per la Biennale, troppo vasta per vederla in un solo giorno, o forse persino in una settimana. Malgrado le imponenti misure di gestione di tanta complessità, inevitabile la lunga coda alla toilette delle signore. Quando una donna ha saltato la coda infilandosi nella toilette per gli uomini, in gran parte vuota, per appropriarsi di uno dei cubicoli privati, un uomo che parlava in tedesco ha battuto irosamente alla porta gridandole: "Questa è un'area che per lei è vietata! Che cosa ne pensa di questo?”
La stessa domanda che si ponevano certo anche molti ospiti della Biennale in merito al grande spettacolo veneziano cui avevano appena assistito.

Stanley Moss

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