Ecco le eccellenze del Merano Wine Festival

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Il Merano Wine Festival è un evento affascinante, raccoglie al suo interno il meglio della produzione vitivinicola nazionale, dando a tutti il medesimo spazio e la medesima possibilità di farsi conoscere ed apprezzare. Non è facile effettuare una sintesi di quello che è stata quest’edizione di Merano, ma cercherò di farlo attraverso la descrizione di alcuni degli assaggi che sono risultati maggiormente accattivanti, divisi per categorie.


Partendo dalle bollicine con le due etichette che mi hanno particolarmente impressionato in maniera positiva. Due prodotti molto differenti fra di loro, notevoli per motivi diversi, ma parimenti meritevoli di menzione. Da una parte abbiamo la grande beva, la freschezza, la piacevolezza del Franciacorta Extra Brut SA de Le Marchesine, una cuvée composta principalmente da Chardonnay (60%) ed in parti minori da Pinot bianco (25%) e Pinot nero (15%). Uno di quegli spumanti che continueresti a bere all’infinito, piacevolmente acido e salino, pulito in bocca e con un naso fresco e delicato. Dall’altra parte troviamo l’eleganza, la maestosità, la sostanza, la pienezza di una grandissima riserva. Si tratta della Madame Martis 2003 di Maso Martis, un Trento DOC con una forte maggioranza di Pinot nero (75%) e che ha passato 8 anni sui lieviti, di incredibile ricchezza, mai banale, lungo e persistente, dotato di un legno straordinariamente fine ed amalgamato e di un corpo polposo e regale, una bolla da grandi occasioni.


Un discorso a parte meritano le bollicine ottenute per rifermentazione in bottiglia. Metodo tradizionale di alcune zone d’Italia che trova in Emilia Romagna la propria culla ed anche il territorio che, a mio parere, regala le migliori emozioni in questo campo. I due prodotti che mi hanno colpito maggiormente sono un bianco ed un rosso, se di rosso in questo caso di può parlare. Il primo è il Colli Bolognesi Pignoletto frizzante 2011 di Manaresi, uva poco conosciuta il Pignoletto, ma di grande carattere e di ampissime potenzialità. La rifermentazione in bottiglia tira fuori una grande freschezza ed acidità che ben si equilibra con la struttura decisa dell’uva dando un vino tutt’altro che scontato, di grande bevibilità. La seconda è la bottiglia che mi ha fatto riappacificare definitivamente col Lambrusco, si tratta del Sorbara Radice 2011 di Paltrinieri. L’eleganza del colore nel bicchiere è destabilizzante, un rosa purissimo e delicato cui corrisponde un corpo fine, succoso, elegante e sapido, le bottiglie si svuotano e ti rimane solo il ricordo di aver bevuto qualcosa di molto molto buono.


Quest’anno per scelta ho deciso di sacrificare il tempo dedicato all’assaggio dei bianchi per concentrarmi maggiormente sui rossi. Ciò nonostante tre etichette emergono, secondo me, in maniera evidente in mezzo alle non molte degustate. La prima è, ancora una volta, un Pignoletto e si tratta della Colli Bolognesi Vigna del Grotto 2010 di Orsi Vigneto San Vito. In versione ferma quest’affascinante uva ha la possibilità di dispiegare appieno il suo potenziale, molto lungo in bocca, sostenuto, ampio, di buon corpo e di lunga persistenza, una vera sorpresa. La seconda è una certezza: il Colli Orientali del Friuli Bianco 2010 dell’Abbazia di Rosazzo, un blend delle principali uve bianche della denominazione (Friulano, Pinot bianco, Sauvignon, Malvasia, Ribolla Gialla) che denota una grande armonia e tutto il carattere che ti aspetti da un bianco prodotto in quella zona del Friuli, con in più l’eleganza che troppo spesso viene sacrificata sull’altare della potenza pura e semplice. Per chiudere un vino che è tutto un programma: il Fiano di Avellino 2009 Vino della Stella di Joaquin. Bassissime rese, macerazione sulle bucce ed un importante affinamento in barrique di acacia lo rendono un vino unico e sorprendente in bocca. Quello che colpisce in questo caso è la complessità aromatica e gustativa, ad ogni sorso si scopre un carattere nuovo ed inaspettato che va a completare una scultura barocca godibilissima.


Ai rossi di grande caratura degustati in occasione di questo Merano Wine Festival si potrebbe dedicare un trattato e ancora non sarebbe sufficiente. Cercherò di concentrare in 5 etichette quanto mi ha maggiormente convinto, impresa ardua ma necessaria. Partendo dal Piemonte col Barbaresco riserva Brich Ronchi 2006 di Albino Rocca, probabilmente non il miglior Nebbiolo presente in sala, ma quello che colpisce di più per la sapienza della mano che l’ha confezionato. Tirar fuori eleganza da un’annata come la 2006 e da un territorio impegnativo come Barbaresco è un’arte nota a pochi e che richiede sapienza, attenzione e delicatezza. Il Brich Ronchi è tutto ciò, potente quanto basta, infinitamente elegante, emozionante. Passando per la Toscana, senza tirare in causa le grandi denominazioni, lasciando a riposo per un attimo il Sangiovese si scopre un Colli della Toscana Centrale Cignale 2000 del Castello di Querceto. Un supertuscan (sic!) composto per il 90% di Cabernet Sauvignon e di Merlot per il saldo che necessita di tempo per esprimersi al meglio e che dopo 12 anni di invecchiamento mostra una maturità, una pienezza ed una lunghezza eccezionali, provare per credere. Arrivando infine a sud che più a sud non si può, a Pachino per l’esattezza, Sicilia IGT Nerobaronj 2002 di Gulfi. Un’ode al Nero d’Avola: piantato sulle gambe, con la spalle larghe e mani incredibilmente gentili, profumi inebrianti ed una bocca che ti fa innamorare, ti porta direttamente sulla terra bianca dalla quale proviene e ti lascia lì, a bearti del panorama, a saziarti con l’uva, a perderti nell’infinito azzurro del mare siciliano.


L’ultimo paragrafo ho voluto lasciarlo alla regione che più di tutte mi ha stupito in termini di qualità media ed altezza raggiunta dai picchi dei rossi: la Campania. L’Aglianico è un vitigno ampiamente coltivato nel sud Italia, ma che in Campania mostra una struttura caratteriale unica e diversa da tutte le sue altre zone di produzione. Due prodotti. L’Aglianico del Taburno riserva Terre di Rivolta 2008 della Fattoria La Rivolta. Una rivolta estremamente educata ed aristocratica, ma che nasconde al suo interno tutta la veracità della sua terra, la corposità del frutto, l’acidità importante, ma equilibrata, ed una grande rotondità. Infine il Taurasi riserva Rajamagra 2005 di Vinosia. Pochi muscoli, ma al posto giusto, una parabola gustativa magnifica che partendo dalla frutta matura, ma mai marmellatosa, passa per il caffè, il cacao amaro, le spezie e sembra quasi ricominciare da capo, in un carosello infinito di sapori che lascia quasi storditi, come abbacinati da un vista mozzafiato, da segnare.
Questa trattazione è sicuramente limitata e ci sarebbero tanti altri nomi che meriterebbero di essere citati, e con loro mi scuso, spero però di aver fornito qualche buono spunto di approfondimento. Per il resto: cavatappi sempre pronto e naso scevro da pregiudizi sono sempre le armi migliori!

Federico Malgarini
www.theoldnow.it

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